Veneri Orsola

Parma, 1375 – Verona, 1408


Nacque da Pietro e da Bertolina. Secondo la tradizione devozionale, la sua infanzia fu segnata dall’elezione a Dio: rifiutò di farsi allattare da una nutrice disonesta, fu incapace di reggersi fino a cinque anni di età, ma portata in San Pietro Martire cominciò a prendere vigore fino a giungere alla guarigione, infine a nove anni rivelò a un sacerdote le sue speciali virtù intellettuali mostrandosi posseduta dalla grazia, tanto da parlare delle cose divine con straordinaria proprietà e scurezza, senza essere stata istruita da alcuno. Fin dall’infanzia fu tutta dedita alle pratiche di pietà ed ebbe il dono di visioni o devote contemplazioni, che furono da lei comunicate ai suoi direttori spirituali i quali le registrarono in parecchi manoscritti che si conservano nell’archivio di Stato di Parma e in quello comunale di Siena.

Della sua appartenenza all’ordine Benedettino parlano tutti i biografi parmensi, i quali la dicono monaca o almeno oblata, ma il fatto è ignorato dal suo primo biografo, Simone Zanacchi, priore della certosa dei Santi Maria e Girolamo di Montello presso Treviso, il quale, pur scrivendone la Vita nel 1472 su richiesta delle Benedettine di San Quintino in Parma, dice anzi che la Veneri non volle legarsi a nessun istituto religioso.

La Veneri decise di porre le sue straordinarie doti spirituali al servizio della pace della Chiesa, ancora travagliata dallo scisma avignonese. Partì allora da Parma nella primavera del 1393, all’età di circa diciotto anni, accompagnata da un gruppo esclusivamente femminile (la madre, una parente e una fantesca), intraprendendo il viaggio alla volta della Provenza. Ad Avignone poté rivolgere la parola allo stesso antipapa, che nonostante l’indubbio interesse mostrato, rifiutò successivi incontri con la Veneri. Si recò quindi a Roma da papa Bonifacio IX, il quale la rimandò ad Avignone, dove però non venne neppure ricevuta dall’antipapa Clemente VII.

Al suo ritorno nella città natale avvenne l’incontro con Giangaleazzo Visconti, Signore di Milano e governatore di Parma, al quale la Veneri si rivolse più volte per convincerlo a governare con maggiore clemenza e giustizia.

È ancora ignota l’importanza della sua attività per la cessazione dello scisma, ma il fatto non può essere messo in dubbio. Nel 1396 compì il viaggio in Terra Santa. Al ritorno si fermò a Venezia, dove lasciò un’impronta così viva della sua santità che, a distanza di quarant’anni dalla sua morte, la Repubblica volle promuoverne la canonizzazione e diede inizio alla costruzione di un monastero di monache sotto il suo nome (così almeno affermano le monache di San Quintino in una supplica agli Anziani di Parma).

Da Parma venne mandata in esilio (come appartenente a famiglia della squadra dei Rossi) nel 1405 da Ottone Terzi che si era impadronito del potere della città e temeva l’influenza spirituale della Veneri sui suoi concittadini. Affò ritiene che il forzato allontanamento dalla città non fosse dovuto a esplicita militanza nella squadra dei Rossi, ma al fatto di essere coinvolta nella lotta politico-economica che, già dai primi anni del XV secolo, faceva del ricco cenobio femminile del monastero di San Paolo un’ambita preda da conquistarsi attraverso l’elezione della badessa.

Dopo un breve soggiorno a Bologna, si portò con la madre a Verona, dove morì a 33 anni d’età. Alla morte del Terzi, la madre ne portò la salma a Parma e la seppellì nella chiesa di San Quintino. Il suo culto fu confermato da papa Pio VI l’11 febbraio 1786.

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Pubblicato il 07/10/2015 — ultima modifica 07/10/2015

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