Mozzoni Anna Maria

Milano, 5 maggio 1837 – Roma, 14 giugno 1920

Anna Maria (all'anagrafe Marianna) ebbe genitori che vantavano origini nobili: il padre Giuseppe Mozzoni, fisico e matematico, aveva casa e terre a Rescaldina, dove Anna Maria e i due fratelli maggiori passarono l'infanzia, mentre la madre Delfina Piantanida, appartenente all'alta borghesia milanese. Ciò malgrado, Anna Maria fu mandata nel 1842 nel Collegio delle «fanciulle nobili e povere» di Milano. Da quell'ambiente bigotto e austriacante uscì nel 1851 con idee «tutte contrarie a quelle che si professavano».

Le idee della Mozzoni erano quelle dei genitori, nella cui casa poteva trovare i libri degli illuministi francesi e quelli di Fourier, di Filangieri, di Mazzini, di Parini, di Carlo Porta. La madre, oltre ai valori risorgimentali, le mostrava il «comun pregiudizio che alla donna interdice il libero pensiero». Il padre, appassionato di scienza, inventore di una macchina per tagliare le foglie del gelso e di un apparecchio «per estrarre i veleni dallo stomaco», finì per dedicarsi con la figlia adolescente alle sedute spiritiche e a cercare prove sperimentali dell'esistenza di Dio.

La Mozzoni, rivendicava la sua libertà di esame e di giudizio: «Non mi ritengo appigliata a nessuna setta, a nessun sistema, a nessuna scuola. Non credo all'infallibilità del Papa, ma rinnegando questa, non sostituisco quella di Mazzini, né di nessun altro».

Dedicato alla madre e rivolto alle giovani donne, nella speranza che il Risorgimento politico fosse anche un risorgimento femminile, è lo scritto La donna e i suoi rapporti sociali, pubblicato nel 1864. Convinta repubblicana, non esita a rimproverare a Mazzini e ai suoi seguaci l'idea conservatrice che il posto della donna stia soltanto nella famiglia: «non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Le son queste vacue declamazioni come mille altre di simil genere! Ella esiste nella famiglia, nella città, in faccia ai pesi e ai doveri; di questi all'infuori, ella non esiste in nessun luogo».

Ancora più aspra è la polemica verso Proudhon, che ella aveva conosciuto nel 1857 dagli articoli di Jenny d'Héricourt, apparsi sul periodico «La ragione» diretto da Ausonio Franchi, contro l'utopista francese che condannava le donne, in quanto ritenute esseri inferiori mentalmente e moralmente, all'esclusione da ogni partecipazione attiva nella società, una posizione che costituiva un arretramento rispetto ai riformatori del Settecento.

D'altra parte, anche la Mozzoni ritiene che la generalità delle donne, «a causa della fitta tenebra di sessanta secoli» d'oppressione, non sia ancora matura per l'esercizio del diritto elettorale politico, e si accontenta di richiedere il diritto al voto amministrativo, come primo passo all'acquisizione dei pieni diritti elettorali. Questo, insieme con il diritto all'istruzione, all'accesso alle professione e agli impieghi, e a una riforma del diritto di famiglia, fanno parte delle richieste da lei formulate in 18 punti, pur parziali e insufficienti «per lo spirito dei tempi ancora bambini», con le quali si conclude il libro.

Analoghi sono i temi de La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, un breve scritto pubblicato a Milano nel 1865.[ L'occasione era data dal progetto di riforma del codice civile del ministro Pisanelli che, per quanto limitata, aveva suscitato la forte opposizione del Senato. La riforma introduceva nel Regno il matrimonio civile, emancipando lo Stato «da una religione dominante che è implicita depressione dei culti tollerati» e obbedendo «al principio di libertà di coscienza», ma manteneva il predominio del marito sulla moglie, secondo un «monarcato» familiare da cui non si aveva «il coraggio civile d'emanciparsi».

In quegli anni nascevano, su iniziativa dei circoli democratici e delle Società femminili di mutuo soccorso, alcune scuole professionali riservate alle ragazze. Nello scritto del 1866 Un passo avanti nella cultura femminile. Tesi e progetto, la Mozzoni ne sottolineava i limiti e la precarietà dell'esistenza, e suggeriva un insegnamento adeguato con l'introduzione dello studio delle lingue straniere, delle scienze e anche della storia della condizione femminile nel mondo, quale avviamento all'acquisizione di quello «spirito di libertà» necessario a formare «cittadine di uno stato moderno».

Il 24 novembre 1867 Anna Maria Mozzoni tenne una conferenza, poi raccolta nel volume Il Bonapartismo in Italia. Memoria, originata dall'impresa garibaldina fallita a Mentana per il decisivo intervento delle truppe francesi.

Nel 1870, dopo aver tradotto The Subjection of Women di John Stuart Mill, fu chiamata a insegnare filosofia morale nel Liceo femminile «Maria Gaetana Agnesi» di Milano, e con Maria Antonietta Torriani, la futura Marchesa Colombi, insegnante di letteratura nello stesso Liceo, nel marzo del 1871 tenne un giro di conferenze a Genova e a Firenze.

Nel 1886, a 49 anni sposò il conte Malatesta Covo Simoni, più giovane di dieci anni. Il matrimonio durò solo sette anni ed ebbe effetti molto negativi sulla personalità di Anna Maria Mozzoni, soprattutto a causa degli strascichi giudiziari.

Si batté per tutta la vita per la concessione del voto alle donne, presentando mozioni al Parlamento italiano nel 1877 e nel 1906. Nel 1878 rappresentò l'Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. L'anno seguente fondò a Milano la "Lega promotrice degli interessi femminili".

Avvicinatasi al movimento socialista, nei primi anni del Novecento criticò le proposte di tutela del lavoro femminile sostenute da Anna Kuliscioff, convinta che avrebbero legittimato differenziazioni salariali. Morì a 83 anni nel 1920.

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Pubblicato il 08/10/2015 — ultima modifica 08/10/2015

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