Il 70° anniversario del primo voto delle donne italiane

Nel 2016 ricorre il 70° anniversario del primo voto delle donne italiane. Nel 1946 le italiane, prima in occasione delle elezioni amministrative e poi in occasione del Referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente del 2 giugno, per la prima volta poterono compiere l’azione di inserire una scheda nell’urna per esprimere “segretamente” il loro voto di appoggio a un partito, a un progetto politico. E lo fecero con grande emozione e con grande consapevolezza.

Avevano ottenuto il diritto di voto l’anno prima. Era infatti il 1° febbraio 1945 quando, con un decreto luogotenenziale varato dal governo Bonomi, si legifera circa l’Estensione alle donne del diritto di voto. Non esisteva in quel momento nessuna assemblea rappresentativa (la Consulta verrà istituita in aprile e convocata per la prima volta in settembre), e per di più l’Italia settentrionale e anche la nostra regione erano ancora in guerra. La decisione sostenuta dai segretari dei due partiti di massa, De Gasperi e Togliatti, risulta un atto dovuto alle donne italiane che tanto si erano spese nella lotta contro il fascismo. 

Con una complessa eredità alle spalle che aveva relegato le donne nella sfera domestica e rafforzato un modello di identità femminile fondato sul trasferimento nella sfera sociale del ruolo materno – esaltazione della famiglia tradizionale con molti figli da donare alla patria – le italiane iniziano il lungo percorso per l’acquisizione di una piena cittadinanza. Cittadinanza femminile che faticherà ad essere completata: alla pienezza dei diritti politici delle donne (raggiunti comunque solo nel marzo del 1946, quando il legislatore alla vigilia delle prime elezioni amministrative si rese conto che nel decreto del 1945 non era stata prevista la possibilità per le donne di essere elette) non corrisponderà per molto tempo la pienezza dei diritti civili e sociali. Questi ultimi verranno acquisiti molto lentamente nelle sfere della famiglia e del lavoro (ad esempio le donne potranno entrare nella Magistratura solo dopo il 1963 e solo nel 1975 il nuovo Diritto di famiglia pone i coniugi su livelli paritari).

Diritti civili delle donne ancor oggi messi in discussione, soprattutto quando la politica tocca argomenti che hanno a che fare con l’autodeterminazione femminile sul proprio corpo e sulla sfera sessuale e riproduttiva della maternità.

Diritti di cittadinanza femminili (civili, politici e sociali) che ancora non sono pienamente esigibili come attestano i dati sulle discriminazioni di genere nel nostro Paese (il Word Economic Forum nel report annuale 2014 sulla situazione del gender gap nel mondo, l’indice usato dagli economisti per misurare il divario di genere in 142 paesi, pone l’Italia al 69esimo posto).

In questo panorama la Regione Emilia-Romagna ha una sua specificità con tassi occupazionali femminili e di copertura dei servizi di cura e per l’infanzia molto al di sopra delle medie nazionali. Specificità che ha ragioni storiografiche ben precise, a partire dal fatto che le donne emiliano-romagnole non tornarono “a casa” dopo la Guerra e la Resistenza, ma cercarono di difendere il posto acquisito nella sfera pubblica e nel mondo del lavoro, aspetti ancora troppo poco evidenziati.

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Pubblicato il 23/05/2016 — ultima modifica 23/05/2016

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